Oltre la tassazione, per fermare la stangata bisogna colpire le cause che la generano. Il dibattito politico tra liberisti e populisti si trasforma in una operazione di distrazione di massa.
Cosa serve: riscrittura Codice Penale, price cap, disaccoppiamento prezzo energia, abrogazione TTF.
Nello scontro politico ed economico sulla “stangata” che flagella i bilanci delle famiglie, il dibattito pubblico rischia di impantanarsi su un equivoco di fondo: l’idea che per risolvere il problema degli extraprofitti sia sufficiente tassarli a valle. Si tratta di un’illusione ottica. Il vero nodo della questione non è lo stabilire se gli extraprofitti esistano o meno e nel caso decidere come e quanto redistribuire i super-guadagni incassati dai petrolieri e dalle multinazionali dell’energia, ma combattere a monte le cause che quei profitti anomali li generano. Tassare l’ingiustizia dopo che si è compiuta significa, in qualche modo, legittimarla e produrre extragettito per le casse dello Stato. La vera sfida economica e sociale consiste nell’impedire che ciò avvenga.
Su questo tema, purtroppo, assistiamo da mesi a un dibattito stucchevole tra le diverse forze politiche nel merito dell’esistenza o meno del concetto stesso di extraprofitto. Da una parte si schierano i liberisti dell’ultima ora, pronti a difendere l’intangibilità dei mercati anche quando questi sono palesemente distorti con effetti devastanti nel potere d’acquisto dei consumatori italiani; dall’altra si arroccano i populisti incalliti, maestri dello slogan ma privi di soluzioni concrete. Entrambi gli schieramenti sono costantemente supportati dai rispettivi sostenitori della carta stampata, una stampa prezzolata e di parte che soffia sul fuoco delle tifoserie. Questa intera narrazione sa tanto di tentativo di un’operazione di distrazione di massa: un rumore di fondo orchestrato ad arte per distogliere lo sguardo dei cittadini dalle vere responsabilità e, soprattutto, per evitare di attuare riforme strutturali e urgenti.
Per farlo, è invece necessario sradicare la speculazione nei settori dei carburanti, del gas e dell’energia elettrica attraverso un intervento normativo coraggioso e determinato. Il primo vuoto da colmare è di natura definitoria: lo Stato deve stabilire per legge, in modo inequivocabile, cosa significhi “fare speculazione” e cosa costituisca un “extraprofitto”. Oggi, infatti, queste parole sono concetti astratti usati nei talk show, ma privi di un valore legale preciso. Definire questi termini significa scrivere nero su bianco nei testi di legge una soglia numerica oltre la quale il ricarico sui prezzi non è più un legittimo guadagno commerciale, ma un illecito; significa stabilire che i superprofitti nati da eventi esterni e tragici, come guerre o crisi geopolitiche, non sono il frutto di una sana efficienza aziendale, ma distorsioni da sanzionare. Fino a quando questi concetti rimarranno confinati nell’indeterminatezza del dibattito politico e giornalistico, le grandi aziende avranno gioco facile nel mascherare i ricarichi ingiustificati sotto la voce delle “fisiologiche fluttuazioni del libero mercato”. Basta che sbatta le ali una farfalla affinché i petrolieri e gli speculatori che operano nel TTF (borsino del gas della Borsa di Amsterdam), abbiano la scusa per aumentare i prezzi nel mercato!
A livello strutturale, l’intervento pubblico deve scardinare due cortocircuiti macroeconomici che tengono in ostaggio i consumatori. Il primo è l’assurdo meccanismo del marginal pricing, per cui è urgente risolvere il nodo dell’accoppiamento del prezzo del gas con quello dell’energia prodotta da tutte le altre fonti. È indispensabile imporre il disaccoppiamento (promesso da più parti e mai attuato!), impedendo che l’elettricità generata da fonti rinnovabili o meno costose venga pagata alle cifre astronomiche del metano. Il secondo nodo, ancora più profondo, riguarda la sovranità economica europea: il prezzo del gas per l’intero continente viene oggi stabilito sulla base delle oscillazioni del TTF di Amsterdam, una piattaforma finanziaria che ha perso ogni legame con l’economia reale della domanda e dell’offerta. A questo mercato partecipano, quasi in via esclusiva, speculatori di borsa, fondi di investimento, broker e agenzie d’affari il cui unico scopo è la scommessa finanziaria. Permettere che le bollette di famiglie e imprese dipendano dal gioco d’azzardo di una piazza speculativa è il peccato originale del caro gas.
Questo impianto regolatorio richiede una sponda penale dura e coraggiosa. Lo strumento esiste già nel nostro ordinamento, ma è spuntato: parliamo dell’articolo 501-bis del Codice penale, che punisce la “manovra speculativa su merci”. Una norma nata in un’altra epoca economica, che oggi va urgentemente riformata, rafforzata nel testo e attualizzata per essere cucita su misura contro i giganti dei carburanti, del gas e dell’energia. Inasprire le pene e rendere i criteri di applicazione certi e stringenti significa trasformare un reato quasi teorico in un deterrente reale contro chi lucra sui beni di prima necessità. Parallelamente, è fondamentale dotare le autorità di controllo – l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), il Garante per la sorveglianza dei prezzi (“Mister Prezzi”) e la Guardia di Finanza – di adeguati e reali poteri sanzionatori e investigativi. Senza strumenti ispettivi penetranti e capacità di incidere direttamente, le denunce rischiano di rimanere grida nel deserto, incapaci di scovare e colpire chi lucra sulla pelle dei consumatori.
Risolvendo alla radice il problema delle aziende speculatrici, si disinnesca di riflesso un altro paradosso: l’extragettito per le casse dello Stato. Quando i prezzi dei carburanti o del gas decollano, lo Stato incassa automaticamente di più tramite l’IVA. Ma un bilancio pubblico che si risana grazie all’impoverimento dei propri cittadini è un cortocircuito politico oltre che un evidente conflitto di interessi tra lo Stato e i propri cittadini amministrati. Bloccando la speculazione alla fonte, lo Stato rinuncia a quell’extragettito “drogato” perché non ha più bisogno di tamponare i danni sociali di un mercato fuori controllo.
Questo cambio di visione non esclude le misure d’urgenza, tutt’altro. La lotta ai meccanismi speculativi deve muoversi in parallelo con l’adozione di un price cap (tetto massimo di prezzo oltre il quale lo Stato rinuncia ad applicare l’IVA) strutturale e con anche l’auspicata riduzione delle accise su benzina, diesel, gas ed energia. In questo contesto, appare quantomeno scivolosa e confusa la paventata ipotesi del Governo di modificare lo sconto sulle accise per concederlo in modo selettivo soltanto agli utenti meno facoltosi. Sebbene in termini di principio l’equità sociale sia auspicabile, sul piano tecnico ed economico la proposta fa acqua da tutte le parti. Come dovrebbe avvenire tecnicamente? Chi va alla pompa dovrà forse esibire il proprio modello ISEE prima di fare rifornimento? E come funzionerebbe nei distributori automatici non presidiati? Il rischio concreto è che un sistema simile finisca per agevolare ulteriormente chi già evade le tasse, mentre per tutti gli altri i prezzi dei carburanti salirebbero ulteriormente innescando l’ennesimo effetto di trascinamento inflattivo sui costi di tutti i beni e servizi.
Una dinamica che la Sardegna, per via della sua condizione geografica, pagherebbe con un conto triplicato. I sardi, infatti, subiscono il caro carburante tre volte: la prima in modo diretto, poiché l’auto privata è l’unico mezzo di mobilità reale a causa di trasporti pubblici carenti; la seconda in modo indiretto, dato che l’85% delle merci viaggia su navi i cui rincari di carburante si scaricano sui prezzi al dettaglio; la terza, infine, nella distribuzione interna regionale che avviene esclusivamente su gomma. A questo isolamento si aggiunge oggi un ulteriore gravissimo balzello: l’applicazione del sistema ETS (Emission Trading System) europeo ai trasporti marittimi. L’onere ambientale per la compensazione di CO2 si è già tradotto in pesanti sovrapprezzi sui noli delle navi cargo dirette nell’isola, un costo fisso che le imprese di logistica scaricano immediatamente sul prezzo finale dei prodotti esposti nei supermercati sardi.
Solo coniugando la fermezza penale contro i grandi speculatori con l’alleggerimento fiscale immediato alla pompa e in bolletta si può restituire vero potere d’acquisto alle famiglie. È tempo di smettere di rincorrere gli extraprofitti per tassarli: la priorità assoluta deve essere quella di impedirli.
Giorgio VARGIU
Presidente Adiconsum Sardegna